L`autore della riflessione che segue è Luca Frasca.


Arte e sofferenza

L’associazione tra espressione artistica e sofferenza era in origine mutuata da una realtà storica oggettiva.
Fino agli inizi del `900 l’arte resterà asservita o al potere politico o a quello religioso che si contendono il diritto di determinare forme e contenuti della diverse espressioni culturali.
Tra Tre e Quattrocento, con l’Umanesimo prima e il Rinascimento a seguire, l’arte esce dalla sfera esclusiva della produzione religiosa (tutti i grandi artisti del passato sono prelati, monaci, chierici - Beato Angelico - o comunque legati al mondo della chiesa e della committenza religiosa - Cimabue, Giotto, Antonello da Messina) per diventare celebrazione del potere temporale e politico dei nuovi Signori (Lorenzo De’ Medici).
L’artista non ha vita facile: la sua sopravvivenza è legata al gusto e ai capricci del Signore di turno. Per quanto ammirata e idealizzata, l’arte è comunque espressione di un superfluo e può aver ragione di essere solo nell’“utile” celebrazione e legittimazione di un potere spesso usurpato.
Celatamente, tra le righe, emerge il disagio di un’artista sofferente, costretto a sacrificare la propria liberta espressiva per poter continuare a vivere. Laddove l’artista ha il coraggio di rivendicare la libertà assoluta della propria creatività, pagherà in prima persona, con una vita di stenti, di delusioni e la rinuncia agli affetti (Dante).

In un’epoca storica che non lascia spazi all’espressione libera di una diversità e originalità, l’artista è pertanto condannato ad una vita di sofferenza, in virtù della propria frequente indipendenza intellettuale, dell`approccio critico e compassionevole insieme verso il mondo, del rifiuto delle convenzioni sociali, del desiderio di conformarsi ad una coerenza interna, rifiutando regole e compromessi con una dimensione "utile" dell`esistenza.
La sofferenza nell’espressione artistica non è quindi originariamente legata ad una dimensione di disagio interno ma deriva da una società e una cultura repressive che non vorrebbero lasciare spazio alla “sana”, libera espressione dell’artista. Ma l’arte, in questo conteso, riesce ad esprimersi malgrado questa mancanza di libertà, proprio in virtù di un’identità e di una certezza di sé anche solo interiori (Leonardo).
La frustrazione di tale condizione è esemplarmente immortalata in alcune lettere dell’Ariosto, che denunciano il forte conflitto tra gli impegni di Commissario ducale in Garfagnana, su incarico degli estensi, e il desiderio struggente di dedicarsi alla poesia e al “Furioso”.
Il conflitto tra l’esigenza di realizzarsi umanamente, esprimendo pienamente e liberamente il frutto della propria creatività, e la necessità di conformarsi alle regole e norme socio-culturali della propria epoca, per non essere emarginati e tagliati fuori dal consesso umano, assumeranno ben presto risvolti inquietanti, portando ad una nuova accezione del legame tra arte e sofferenza.
È in piena epoca di Controriforma, con il giro di vite impresso dalla Chiesa ad ogni forma di espressione culturale, forzatamente ricondotta nell’ambito della celebrazione del trascendente e del divino e nella condanna di ogni forma più immediata e genuina di “umana passione”, che si consumerà il dramma di un’arte figlia della follia.
Le vicende umane di Torquato Tasso diedero luogo a un vero e proprio “mito biografico”: la sua figura e la sua opera furono viste come segni estremi dell’infelicità che il genio incontra nei rapporti con il mondo e con le costrizioni sociali.
Il mito del Tasso si prolungò e trasformo variamente fino a raggiungere la massima espressione tra Settecento e Ottocento, quando alla vita del poeta si guardò come a un’immagine esemplare del conflitto tra il genio e i limiti imposti dalla realtà.
(Ferroni, Storia della letteratura italiana – Dal Cinquecento al Settecento)

Torquato Tasso finirà internato come pazzo nell’ospedale di Sant’Anna, lacerato dal senso di colpa per aver scritto un poema passionale come La Gerusalemme liberata. Più volte fece atto di pubblica autoaccusa, chiedendo di essere processato da tribunale dell’Inquisizione, dacché il suo genio gli consentiva di esprimersi parlando solo di passioni e sentimenti umani, laddove la sua epoca gli prescriveva la celebrazione dell’amore per il divino.
Con il mito del Tasso, che crea e distrugge in continuazione la sua opera, continuando a riscriverla in preda ad un tormento inesausto, nasce l’equivoco tanto caro al romanticismo (Goethe scriverà una tragedia intitolata Torquato Tasso) dell’opera d’arte che è frutto della sofferenza e, nel caso più estremo, della follia.
Da un’arte frutto di creatività “sana”, capace di esprimersi malgrado la sofferenza generata da una mancanza di liberta materiale, ma in virtù della libertà interna dell’artista, si passa così ad un’arte che sarebbe figlia proprio di una mancanza di libertà interna, il prodotto di un mancato rifiuto verso la violenza della realtà esterna.
Alle soglie del ‘900, l’arte riuscirà infine a liberarsi dai vincoli di un’ortodossia culturale asfittica e repressiva e lo farà in forma di rivoluzione ai valori della società borghese.È il caso degli artisti cosiddetti bohemien (in origine artisti poveri e marginalizzati delle maggiori città europee) spesso di orientamento politico anarchico, disinteressati ad ogni tipo di affermazione sociale, avversi al matrimonio e agli altri istituti fondanti della società borghese, alla ricerca di una frugalità e povertà volontarie e ostentate.
I bohemien si contrappongono dialetticamente alla razionalità del positivismo scientifico, identificato come la filosofia della società borghese. Ricercano l’espressione di sentimenti e passioni, di rapporti liberi non regimentati da regole di comportamento codificate. All’indigenza, assunta come rivendicazione d’identità contrapposta al benessere borghese, fanno da corollario il disagio esistenziale e la sofferenza di una vita precaria, che alimentano per contro l’impulso creativo dell’artista.
Si tratta di fughe dalla realtà, di rinunce a trasformare il mondo con la potenza di una libera espressione artistica, capace di sovvertire quei valori legittimamente rifiutati (Gauguin).


Il mito del Tasso, codificato in epoca romantica, sopravvive fino al ‘900 e diventa modello “creativo” per ogni artista che voglia rivendicare la propria originalità. Siamo in presenza di un Artista la cui vena creativa si esprime proprio in virtù del suo disadattamento, del suo essere fuori dalle regole e dalla sofferenza che questa scelta comporta.
L’esperienza dei bohemien, alla ricerca di un disagio anche materiale, fu solo una parentesi; ma quello che sopravvisse fu l’ideologia surrettizia di una contrapposizione assurda: se la società borghese, piatta e omologante, è capace di esprimersi solo attraverso le forme del benessere “materiale”, l’arte, massima espressione di libertà umana, non potendo sensatamente far proprio un modello di sofferenza e indigenza materiale, dovrà esprimersi nelle forme di una sofferenza “interiore”.
Il marxismo (appendice clandestina di quello stesso pensiero positivista che vorrebbe condannare) sottobraccio al freudismo smarriscono definitivamente la prospettiva di un benessere e di una sanità che trascendano il materiale.



Qualche immagine del mio Nepal.


















































mercoledì 5 ottobre - kathmandu

oggi tra la polvere
ho visto un uomo,
sarà stato alto quanto me
piccolo assai
portava un sacco di qualcosa
forse riso
grande il suo doppio.
moto e macchine e cani
sfrecciavano
sgattaiolando
-scanaiolando?-
tra i piedi e accanto
e lui, imperterrito per forza,
non aveva altro
se non andare.
pareva da una vita.



29 ottobre

un mercoledì che si preannuncia lunghissimo e denso.
Allora, prendetevi 5 minuti, anche 10,
e rivendicate la vostra umanità.

Intanto leggetevi queste rime, sempre di Michelangelo sì,
fatelo molto lentamente...
ché a correr si perde il senso, e la bellezza sfuma.
Immaginate di fare tai chi.
Poi, se volete riprendere il ritmo accelerato dell`ufficio
sparatevi la musica del giorno, a palla,
e fatelo sentire a chi vi sta intorno
che non vi arrendete.

Non fate come Michelangelo.
Ora vado, vi saluto ma intanto:

brindo al coraggio, e a chi lo misura
- prima d`ogni altra cosa - sulla pelle,
e solo poi sul marmo,
e sulla tela.







testo del giorno

Io crederrei, se tu fussi di sasso,
amarti con tal fede, ch’i’ potrei
farti meco venir più che di passo;
se fussi morto, parlar ti farei,
se fussi in ciel, ti tirerei a basso
co’ pianti, co’ sospir, co’ prieghi miei.
Sendo vivo e di carne, e qui tra noi,
chi t’ama e serve che de’ creder poi?
I’ non posso altro far che seguitarti,
e della grande impresa non mi pento.
Tu non se’ fatta com’un uom da sarti,
che si muove di fuor, si muove drento;
e se dalla ragion tu non ti parti,
spero c’un dì tu mi fara’ contento:
ché ‘l morso il ben servir togli’ a’ serpenti,
come l’agresto quand’allega i denti.
È non è forza contr’a l’umiltate,
né crudeltà può star contr’a l’amore;
ogni durezza suol vincer pietate,
sì come l’allegrezza fa ‘l dolore;
una nuova nel mondo alta beltate
come la tuo non ha ‘ltrimenti il core;
c’una vagina, ch’è dritta a vedella,
non può dentro tener torte coltella.
E non può esser pur che qualche poco
la mie gran servitù non ti sie cara;
pensa che non si truova in ogni loco
la fede negli amici, che è sì rara;
(…)
Perché non basta a una donna bella
goder le lode d’un amante solo,
ché suo beltà potre’ morir con ella;
dunche, s’i’ t’amo, reverisco e colo,
al merito ‘l poter poco favella;
c’un zoppo non pareggia un lento volo,
né gira ‘l sol per un sol suo mercede,
ma per ogni occhio san c’al mondo vede.
I’ non posso pensar come ‘l cor m’ardi,
passando a quel per gli occhi sempre molli,
che ‘l foco spegnerien non ch’e’ tuo sguardi.
Tutti e’ ripari mie son corti e folli:
se l’acqua il foco accende, ogni altro è tardi
a camparmi dal mal ch’i’ bramo e volli,
salvo il foco medesmo. O cosa strana,
se ‘l mal del foco spesso il foco sana!

(Michelangelo Buonarroti)






musica del giorno


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"Qualunque volta io veggio alcuno che habbia qualche virtù,

che mostri qualche destrezza d`ingegno,
che sappia fare o dire qualche cosa più acconciamente che gli altri,
io sono costretto ad innamorarmi di lui, et me li do in maniera in preda,
che io non sono più mio, ma tutto suo."
(Michelangelo Buonarroti)

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mi serve per pensare
(e per disegnare)






ricordo quando avevo paura
ricordo di come il tempo scorresse lentissimo
e le giornate sembravano variare di poco
l`una dall`altra

ricordo che non volevo interferenze
speravo in un cataclisma qualsiasi.


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Village Business Incubator
Ain Al Tineh
provincia di Lattakia - Syria

agosto 2008


da sinistra dietro: Safa, Kinda, Safa, io, Fajer.
In basso a sinistra Al Mouthanna e davanti a me Alfred.







wings




in the wind






20 maggio


Stamattina, da Poggi,
mentre compravo i miei colori e le mie tele
è entrato Enzo Cucchi.

Corpo alla Schiele
magrissimo sproporzionato
l`abito liso
le scarpe racimolate
lo sguardo che non si sofferma sugli umani
perché è già pieno
di chissacché.

Mi chiedo
come sarebbe stata la mia vita
se fossi stata libera
da prima.

Di certo così no.




18 aprile



il 9 dicembre 2007 presso i due foyer del Teatro Eliseo di Roma








con Gabriele Mirabassi
il giorno in cui è stato registrato Pasodoble, a Perugia.


foto di Filippo Trojano


foto di Filippo Trojano




ed ecco la mia mitica "secca" del cuore: Stefania Tallini